Airbus e il cloud sovrano europeo: il primo segnale credibile di un risveglio?
Una riflessione su sovranità digitale, dipendenze tecnologiche e il difficile cammino dell'Europa
Qualche giorno fa ho letto una notizia che probabilmente è passata sotto silenzio a molti, nascosta tra i titoli sulla geopolitica e la tecnologia. Airbus, il colosso europeo dell’aerospazio e della difesa, sta preparando una gara da oltre 50 milioni di euro per spostare le sue applicazioni più critiche su un cloud europeo “veramente sovrano”. L’ho letta quasi per caso, scorrendo le news di settore come faccio spesso la mattina presto, quando la testa è ancora abbastanza libera da riuscire a soffermarsi sui dettagli che altrimenti scivolano via.
Non è una notizia tecnica, lo voglio dire subito. È una notizia di strategia industriale, di geopolitica, di come l’Europa sta cominciando a guardarsi intorno e a domandarsi se è veramente costretta a dipendere dalle Big Tech americane. E confesso che mentre leggevo i dettagli, mi è venuto spontaneo chiedermi: è il primo segnale credibile di un possibile risveglio europeo, o stiamo di nuovo assistendo a una grande promessa che finirà in un cassetto pieno di buone intenzioni? La risposta, purtroppo, non è scontata. E forse proprio questa incertezza rende la storia così interessante.
Per capire perché Airbus ha deciso di fare questa mossa, bisogna sapere cosa sta mettendo in gioco. Non parliamo di dati ordinari, di email o fogli di calcolo. Stiamo parlando di sistemi mission-critical che toccano i fondamenti dell’azienda: la gestione delle risorse, i sistemi di esecuzione della produzione, la gestione dei rapporti con i clienti, e soprattutto il PLM, il software di gestione del ciclo di vita dei prodotti che contiene tutti i dati di progettazione degli aerei. Questi non sono dettagli. Sono i segreti industriali, i progetti, le innovazioni che fanno di Airbus quello che è.
Catherine Jestin, la vicepresidente esecutiva per gli affari digitali, ha detto chiaramente:
parliamo di informazioni estremamente sensibili dal punto di vista nazionale ed europeo. Vogliamo garantire che rimangano sotto controllo europeo.
C’è un dettaglio che mi ha colpito particolarmente, e che rivela molto più di quanto sembri a prima vista. Airbus stessa stima soltanto un “80 per cento di probabilità” di trovare un provider completamente europeo all’altezza dei requisiti tecnici e di sicurezza. Un’azienda che vuole affidarsi all’Europa ammette candidamente che potrebbe non trovare nessuno in grado di farlo.
Non so voi, ma a me questa cosa fa riflettere parecchio. Da un lato c’è il coraggio di cercare un’alternativa, dall’altro la consapevolezza amara che quell’alternativa potrebbe non esistere.
Se vi chiedessi perché Airbus non vuole semplicemente usare Amazon Web Services, Microsoft Azure o Google Cloud, probabilmente molti rispondereste che sono i migliori, i più affidabili, quelli con la tecnologia più avanzata. E avete ragione. Sono tutto questo. Ma c’è un problema più grande, che si chiama Cloud Act. È una legge americana del 2018 che sostanzialmente permette alle autorità degli Stati Uniti di richiedere dati direttamente ai fornitori cloud americani, indipendentemente da dove si trovano i server. Anche se i vostri dati sono ospitati in un data center a Francoforte, Microsoft potrebbe essere legalmente obbligata a consegnarli al governo americano se esiste un ordine legale. Non c’è bisogno di trattati internazionali. Non c’è una procedura diplomatica. La legge americana semplicemente prevale.
Ho passato un bel po’ di tempo a studiare questa cosa. All’inizio mi sembrava quasi un’esagerazione, una di quelle preoccupazioni da paranoici della privacy. Poi ho iniziato a vedere le implicazioni pratiche, a capire cosa significhi per un’azienda europea che lavora nella difesa, nell’aerospazio, nella tecnologia sensibile. È una spina nel fianco che non puoi ignorare. E il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha amplificato questa preoccupazione. Non dico che Trump farà cose strane domani, ma l’incertezza attorno alle relazioni transatlantiche, ai dazi, ai possibili shutdown federali che potrebbero bloccare i servizi, ha fatto suonare un campanello d’allarme in tutta Europa. La sovranità digitale non è più una parola elegante da mettere nei documenti strategici. È diventata una questione di controllo sui dati, su cosa rimane sotto il tuo controllo e cosa no.
Qui però comincia la parte frustrante della storia. Se chiedete a Airbus quali siano i candidati europei per gestire questa infrastruttura, la lista non è particolarmente lunga né confortante. C’è OVHcloud, il provider francese che sta cercando di posizionarsi come alternativa europea seria. Deutsche Telekom, attraverso la sua divisione T-Systems. Scaleway, un’altra opzione francese. SAP, che sta sviluppando piattaforme di cloud sovrano. E poi Orange, Telecom Italia, e una miriade di altri player più piccoli e nazionali.
Ed ecco i numeri che fanno male. Secondo i dati più recenti, i provider europei controllano solo il 15 per cento del mercato cloud complessivo in Europa. Solo il 15 per cento. Mentre Amazon, Microsoft e Google insieme ne controllano il 70 per cento. SAP e Deutsche Telekom, i due leader europei, hanno ciascuno una quota del 2 per cento del mercato. OVHcloud, con tutta la sua ambizione, opera in 12 regioni nel mondo. AWS opera in 105 zone di disponibilità sparse in 33 regioni. Il divario tecnologico e di scala è semplicemente enorme, e non mi è chiaro come si possa colmare in tempi ragionevoli.
E poi c’è il precedente di GAIA-X, che mi brucia ancora adesso quando ci penso. Se vi ricordate, GAIA-X era il progetto lanciato in pompa magna nel 2019 da Francia e Germania per creare un’infrastruttura cloud europea sovrana. Era la risposta europea ai giganti americani. Doveva essere l’Airbus dei dati, il progetto che finalmente avrebbe sottratto l’Europa dalla sudditanza digitale. Sapete come è andata a finire? Finito. Morto. Non per ragioni tecniche, ma per ragioni politiche. La Francia sognava un campione nazionale protetto dallo stato, una cosa alla OVHcloud potenziata. La Germania voleva qualcosa di più aperto, più federale, più incentrato sugli standard. Nel litigio tra i due, hanno lasciato spazi dove Microsoft, Google, Amazon e persino Palantir si sono infiltrati. Quello che doveva essere un’alternativa europea ai giganti americani è diventato un laboratorio burocratico di standardizzazione, completamente disconnesso dal mercato reale. Mentre i comitati di GAIA-X discutevano di norme, le aziende europee continuavano a firmare contratti miliardari con i provider americani.
Questo precedente pesa come un macigno su qualsiasi discorso di sovranità digitale europea. Ed è un avvertimento che Airbus conosce benissimo.
C’è un’altra cosa che mi preme sollevare, e che emerge leggendo tra le righe di tutta questa vicenda. Una cosa che nessuno vuole nominare esplicitamente, ma che è il vero nodo della questione. Sì, puoi spostare l’infrastruttura in Europa. Puoi avere i data center europei, la governance europea, tutto quello che vuoi. Ma una volta che i dati sono lì, dove vanno per essere analizzati, compresi, trasformati in decisioni intelligenti?
Perché Airbus dal 2015 lavora con Palantir per analizzare i dati degli aerei. Hanno una partnership che si chiama Skywise, che sfrutta le tecnologie di Palantir per fare cose straordinarie: identificare difetti di fabbrica negli A350, predire la manutenzione, ottimizzare i flussi di lavoro. Hanno ridotto del 33 per cento i tempi di consegna. È un risultato impressionante. Ma Palantir è americana. E non esiste un equivalente europeo a Palantir.
Ecco il paradosso che mi dà da pensare: si può spostare l’infrastruttura, si può avere il cloud sovrano, ma molti dei servizi avanzati, l’intelligenza artificiale, l’analytics di prossimo livello, rimangono comunque in mani americane. È come costruire una fortezza europea e poi scoprire che la chiave della stanza più importante è ancora in mano agli americani. Mi chiedo spesso se questa non sia la vera dipendenza da cui l’Europa fatica a liberarsi. Non tanto i server, ma i cervelli. Non tanto dove stanno i dati, ma chi li sa leggere.
Voglio provare a guardarla dai due lati, questa storia, perché sarebbe intellettualmente disonesto fare altrimenti.
Da un lato, quando Airbus, un’azienda del calibro di Airbus, manda al mercato un segnale così chiaro, inizia a crearsi una domanda che prima non esisteva. Le aziende si muovono quando vedono denaro e impegno da grandi attori. La scelta di Airbus arriva in un contesto dove altri movimenti stanno accadendo: il Data Act europeo che mira a ridurre il lock-in americano, i progetti militari dell’Unione Europea sul combat cloud, gli investimenti che SAP e Deutsche Telekom stanno facendo sul cloud sovrano. Altre storie stanno emergendo. Amministrazioni pubbliche, enti tedeschi, governi che iniziano a migrare dai servizi Microsoft. Non è un tsunami, ma è un movimento. C’è consapevolezza che dipendere totalmente da tre aziende americane è un rischio.
Dall’altro lato, però, 50 milioni di euro in dieci anni sono più un segnale politico che un punto di svolta trasformativo per un settore da decine di miliardi di euro. Il mercato cloud europeo ha raggiunto nel 2024 circa 61 miliardi di euro e nel 2025 è cresciuto ancor più velocemente. 50 milioni sono lo 0,08 per cento di questo mercato. È una goccia nell’oceano.
Il gap tra i provider europei e i giganti americani è enorme e non si chiude velocemente:
Gli hyperscaler americani investono circa 10 miliardi di euro ogni trimestre in capex in Europa. È una soglia che sembra impossibile da superare per qualsiasi azienda europea.
Senza un cambiamento drastico, alleanze vere, forse anche consolidamenti strategici e vera integrazione industriale europea, il rischio è un altro caso GAIA-X: grandi promesse, impatto limitato. E questo sicuramente preoccupante.
Se voglio capire se il caso Airbus è davvero l’inizio di un risveglio, so già cosa devo guardare nei prossimi anni.
Primo: altri grandi gruppi europei faranno scelte simili? La difesa, l’energia, le utilities, il banking. Inizieranno a spostare carichi di lavoro critici su cloud europeo? Se rimane solo Airbus, siamo davanti a un’eccezione interessante ma irrilevante.
Secondo: accadrà un vero consolidamento tra i provider europei? O continueremo a vedere una frammentazione di soluzioni nazionali, ciascuna che serve il suo mercato locale? Perché la dimensione conta, e 15 piccoli player europei non potranno mai competere con tre giganti globali.
Terzo: come reagiscono i regolatori europei? E come si evolvono le offerte sovereign cloud degli americani? Perché AWS, Microsoft e Google hanno già capito dove tira il vento. Stanno offrendo servizi sovereign cloud, garantendo residenza dei dati in Europa, creando partnership locali. Se riescono a offrire tanto europeo quanto basta mantenendo la loro superiorità tecnologica, allora Airbus potrebbe restare un’eccezione elegante ma solitaria.
Quando guardo questa storia, non vedo né il tutto nero del “l’Europa è persa” né il tutto rosa del “il risveglio è arrivato”. Vedo il primo segnale credibile che qualcosa si sta muovendo, ma anche il ricordo di GAIA-X che sussurra: attento, potrebbe finire male anche questa volta.
Airbus ha il coraggio di dire a voce alta “vogliamo il cloud sovrano europeo”. È importante. È un segnale. Ma per trasformarlo in un vero cambiamento strutturale del mercato ci vorrebbe una combinazione di cose: investimenti pubblici seri, consolidamento tra player europei, coraggio politico di proteggere i campioni nascenti, e una visione condivisa tra i governi europei su cosa significhi davvero sovranità digitale.
E forse, più di tutto, ci vorrebbe smettere di litigare tra Francia e Germania ogni volta che c’è da costruire qualcosa insieme. Perché alla fine è sempre lì che si arena tutto. È sempre quel vecchio vizio europeo di preferire le proprie ragioni nazionali a un progetto comune. E finché sarà così, gli americani avranno sempre un vantaggio che non dipende dalla tecnologia, ma dalla nostra incapacità di fare squadra.
Intanto, leggerò i prossimi mesi con molta curiosità. Perché non dipende solo da Airbus, ma da quello che faranno gli altri. E soprattutto da quello che saremo capaci di fare noi europei, finalmente insieme.

