L'architettura invisibile dello streaming musicale
Come business e tech hanno forse ucciso il cantautorato, l'originalità e l'arte

C’è un momento che mi torna spesso in mente. Qualche anno fa ero a un concerto in un piccolo club di Pescara, uno di quei posti dove il palco è alto quanto un gradino e puoi sentire il sudore del bassista. La band era sconosciuta (3 ragazzini completamente fuori di testa e con un odore inconfondibile 😁), il pubblico forse trenta persone, il suono grezzo e imperfetto. Ma c’era qualcosa di vivo in quella stanza, una connessione diretta tra chi suonava e chi ascoltava che non aveva bisogno di algoritmi per esistere. Tornando a casa ho aperto Spotify per cercare quella band. Non c’erano. O meglio, c’erano, ma sepolti sotto migliaia di altri risultati, invisibili a meno di sapere esattamente cosa cercare. E mi sono chiesto: quante band come quella esistono nell’ombra digitale, tecnicamente presenti ma praticamente inesistenti?
Ho passato un po’ di tempo a studiare come funzionano davvero le piattaforme di streaming musicale. Non la superficie, quella la conosciamo tutti. Mi interessava capire cosa succede sotto, nelle viscere tecniche di questi sistemi che mediano il nostro rapporto con la musica. Quello che ho trovato mi ha fatto ripensare a tutto quello che credevo di sapere su come scopriamo la musica oggi.
Partiamo da una verità che raramente viene detta: quando clicchi play su Spotify, stai attivando una delle macchine logistiche più sofisticate mai costruite. Non è un’esagerazione. Spotify gestisce oltre cento petabyte di dati e più di duemila microservizi distribuiti. Ogni brano che ascolti non arriva dal nulla, arriva da una catena di server, cache, nodi di distribuzione geografica che lavorano insieme per farti credere che la musica sia semplicemente lì, pronta per te. È un’illusione straordinaria, e come tutte le illusioni ben riuscite, nasconde qualcosa di importante.
La prima cosa da capire è che non tutti i brani sono uguali per il sistema. Non parlo di qualità artistica, parlo di qualcosa di molto più prosaico: il costo di distribuzione. Quando ascolti una canzone, quella canzone deve viaggiare da qualche parte fino al tuo dispositivo. Se è già memorizzata in un server vicino a te, il costo è minimo. Se deve essere recuperata da un datacenter dall’altra parte del mondo, il costo sale. Moltiplica questo per miliardi di ascolti al giorno e capisci perché l’ottimizzazione diventa un’ossessione.
Qui entra in gioco il concetto di prevedibilità, e qui le cose si fanno interessanti. Il sistema funziona meglio quando sa in anticipo cosa ascolterai. Se può prevedere che domani milioni di persone ascolteranno una certa canzone, può distribuire quella canzone in anticipo su centinaia di server in tutto il mondo. Quando arriva la richiesta, il brano è già lì, pronto. Nessun ritardo, nessun costo extra di trasferimento. È elegante, efficiente, economico.
Il problema è questo: come fai a prevedere cosa ascolteranno milioni di persone? La risposta è tanto semplice quanto inquietante. Non lo prevedi. Lo decidi tu.
Le playlist editoriali non sono un servizio offerto agli utenti. Sono uno strumento di controllo dei consumi. Quando Spotify crea una playlist come “Today’s Top Hits” e la propone a cinquanta milioni di follower, non sta semplicemente suggerendo musica. Sta creando un flusso prevedibile di ascolti che può essere ottimizzato a livello infrastrutturale. Il sistema sa che quella playlist verrà ascoltata da centinaia di migliaia di persone, sa che seguiranno l’ordine proposto, sa che i primi quindici brani riceveranno la maggior parte degli ascolti. Con questa certezza, può pre-distribuire quei brani su tutti i server necessari, garantendo che ogni ascolto venga servito dal cache locale invece che dal datacenter centrale.
Ho fatto un calcolo approssimativo.
Supponiamo un miliardo e mezzo di stream al giorno, un bitrate medio di 128 kbps, una canzone media di tre minuti. Senza ottimizzazione, il costo giornaliero di banda sarebbe nell’ordine di decine di milioni di dollari. Con il prefetching predittivo reso possibile dalle playlist, quel costo può essere ridotto del sessanta, settanta per cento. Su scala annuale parliamo di miliardi di dollari di risparmio. Non è una speculazione: Spotify ha investito centinaia di milioni con Google Cloud proprio per ottimizzare questo tipo di flusso.
Gli album, invece, rimangono un problema. Non perché siano tecnicamente diversi, ma perché sono imprevedibili. Quando un utente salva un album di dodici tracce, il sistema non sa quali ascolterà, in quale ordine, quando. Potrebbe ascoltare solo i singoli. Potrebbe partire dalla traccia sette. Potrebbe non ascoltarlo mai. Questa incertezza significa che il sistema deve allocare risorse in modo conservativo, preparandosi a ogni eventualità senza sapere quale si verificherà. È inefficiente, costoso, e crea quello che i tecnici chiamano cache waste, brani pre-memorizzati che nessuno tocca.
La conseguenza è sottile ma profonda: il sistema ha un incentivo strutturale a promuovere le playlist rispetto agli album. Non perché qualcuno abbia deciso che gli album sono cattivi, ma perché l’architettura stessa del sistema premia la prevedibilità. E le playlist, per definizione, sono prevedibili. Gli album no.
Mi sono chiesto spesso se chi ha progettato questi sistemi fosse consapevole delle implicazioni culturali. Probabilmente no, almeno all’inizio. Gli ingegneri risolvevano un problema di distribuzione, non pensavano di ridefinire il modo in cui la musica viene scoperta e consumata. Ma l’effetto è lo stesso, intenzionale o meno.
C’è uno studio del National Bureau of Economic Research che mi ha colpito particolarmente. Ha misurato l’impatto delle playlist editoriali di Spotify sugli ascolti. I risultati sono sconcertanti. Apparire su “Today’s Top Hits” aumenta gli stream di venti, quaranta volte nella settimana successiva. Apparire su “New Music Friday” di cinque, quindici volte. Questo non è semplicemente promozione. È creazione di successo. Decidendo quali brani mettere in quelle playlist, Spotify decide letteralmente chi avrà successo e chi no.
Il feedback loop che ne deriva è ancora più insidioso. Una canzone entra in una playlist editoriale. Riceve milioni di ascolti. L’algoritmo la percepisce come popolare e inizia a suggerirla organicamente ad altri utenti. La canzone riceve ancora più ascolti. L’infrastruttura la pre-cacha ancora più aggressivamente, riducendo ulteriormente i costi di distribuzione. E intanto, da qualche parte, una band sconosciuta suona in un piccolo club di Pescara, tecnicamente presente sulla piattaforma ma praticamente invisibile.
Non voglio dipingere tutto questo come una cospirazione malvagia. È qualcosa di più complesso e, per certi versi, più inquietante. È l’emergenza naturale di una rete di incentivi: tecnici, economici, di mercato. Nessuno ha deciso che la musica sperimentale debba essere penalizzata. È semplicemente che la musica sperimentale è imprevedibile, e l’imprevedibilità costa. Nessuno ha deciso che la scoperta organica debba essere soffocata. È semplicemente che la scoperta controllata è più ottimizzabile. Il risultato è lo stesso, ma la causa non è un cattivo in una stanza che tira le fila. È un sistema che fa quello per cui è stato progettato.
Discovery Mode è forse l’esempio più chiaro di questa dinamica. Introdotto nel 2023, permette agli artisti di accettare una riduzione delle royalty, fino alla metà, in cambio di priorità negli algoritmi di raccomandazione. È geniale, in un modo che mi mette a disagio. Spotify non sta manipolando direttamente l’algoritmo, sta incentivando gli artisti a rinunciare volontariamente a una parte dei loro guadagni per ottenere visibilità. Il risultato è che chi può permettersi di guadagnare meno ottiene più esposizione, mentre chi ha bisogno di ogni centesimo rimane nell’ombra. E dal punto di vista infrastrutturale, il sistema ci guadagna due volte: paga meno royalty e ottiene traffico prevedibile, perfettamente ottimizzabile.
Il modello economico sottostante amplifica tutto questo. Spotify non paga gli artisti per stream in modo lineare. Usa un sistema a pool: tutti gli abbonamenti finiscono in un calderone, e quel calderone viene diviso proporzionalmente tra gli artisti in base ai loro stream. Questo significa che quando un artista guadagna stream, non sta aggiungendo alla torta, sta prendendo una fetta più grande di una torta che rimane uguale. E chi sono gli artisti che guadagnano più stream? Quelli nelle playlist editoriali. Il sistema premia chi è già premiato, penalizza chi è già penalizzato.
Un artista indipendente avrebbe bisogno di duecentocinquantamila stream per guadagnare mille dollari lordi. Se la metà va a distributori e diritti, restano cinquecento dollari netti per il lavoro di composizione, registrazione, promozione. Per un intero album. Nel frattempo, un artista che ottiene una playlist editoriale può ricevere milioni di stream in una settimana, generando decine di migliaia di dollari. È una lotteria, e il banco ha il controllo su chi vince.
Mi colpisce come tutto questo sia invisibile all’utente medio. Apri Spotify, vedi una selezione apparentemente infinita di musica, ti sembra di avere il mondo a portata di dita. Ma quella selezione è filtrata, ordinata, prioritizzata da sistemi che hanno i loro incentivi, le loro necessità tecniche, i loro modelli di business. Non stai esplorando un archivio neutrale. Stai navigando un territorio plasmato da forze che non vedi.
I ricercatori parlano di filter bubbles ed echo chambers. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a proporti musica simile a quella che hai già ascoltato, creando cicli che si autoalimentano. Ascolti indie pop, l’algoritmo ti propone più indie pop, ascolti ancora più indie pop, e prima che tu te ne accorga sei intrappolato in un genere che forse non avresti mai scelto consapevolmente come tua identità musicale. La diversità dell’offerta non si traduce in diversità dell’esperienza.
C’è qualcosa di profondamente ironico in tutto questo. Lo streaming musicale è nato con la promessa di democratizzare l’accesso alla musica. Qualsiasi artista può caricare la propria musica, qualsiasi ascoltatore può accedere a milioni di brani. In teoria, le barriere all’ingresso sono scomparse. In pratica, sono state sostituite da barriere diverse, più sottili, più difficili da vedere e quindi più difficili da contestare. Non è che non puoi entrare. È che una volta dentro, sei invisibile a meno che il sistema non decida di mostrarti.
Penso spesso a cosa significhi tutto questo per la musica come forma d’arte. La musica sperimentale, di nicchia, innovativa, quella che per definizione non si adatta ai pattern prevedibili, quella che non puoi pre-cachare perché non sai chi la ascolterà, viene strutturalmente penalizzata. Non perché qualcuno la odi, ma perché l’architettura del sistema non la favorisce. L’incentivo economico va verso l’omogenizzazione, verso la ripetizione di formule che funzionano, verso la prevedibilità che riduce i costi.
Non ho ovviamente soluzioni. Non credo che Spotify sia il male, né che dovremmo tornare ai vinili o ai cd. Il progresso tecnologico ha portato benefici reali: accesso universale, costi ridotti per gli ascoltatori, possibilità per artisti indipendenti di raggiungere un pubblico globale senza passare per le major. Ma mi sembra importante capire cosa stiamo perdendo mentre guadagniamo tutto questo. Capire che quando apriamo una playlist editoriale non stiamo semplicemente ascoltando musica curata, stiamo partecipando a un sistema economico e tecnologico che ha i suoi interessi, le sue logiche, le sue conseguenze.
Forse la cosa più importante è mantenere viva una forma di resistenza consapevole. Cercare attivamente musica al di fuori delle raccomandazioni algoritmiche. Andare ai concerti, scoprire band locali, seguire blog e riviste indipendenti, parlare con amici che hanno gusti diversi dai nostri. Usare lo streaming per quello che è, uno strumento straordinariamente comodo, senza dimenticare che ogni strumento plasma l’uso che ne facciamo.
Quella sera nel club di Pescara, tornando a casa dopo il concerto, mi sono reso conto che l’esperienza che avevo vissuto non era replicabile su Spotify. Non perché la musica fosse diversa, ma perché il contesto era diverso. La scoperta era avvenuta attraverso il caso, la presenza fisica, il passaparola di un amico (grazie Kris!) che mi aveva trascinato lì. Nessun algoritmo l’aveva mediata, nessun sistema l’aveva ottimizzata. Era inefficiente, imprevedibile, impossibile da scalare. E forse proprio per questo era viva in un modo che nessuna playlist editoriale potrà mai essere.
Quello che mi lascia di più l’amaro in bocca è la consapevolezza che tutto questo non è un incidente di percorso. È il risultato prevedibile di un sistema che ha messo il business al comando e ha usato la tecnologia come strumento di controllo. Il cantautorato, l’arte, la ricerca musicale, tutto ciò che per sua natura è imprevedibile, personale, irriducibile a formula, è stato sistematicamente marginalizzato. Non serviva una cospirazione. Bastava costruire un’infrastruttura che premia l’omogeneo e penalizza il diverso, e poi lasciar fare al mercato.
Il risultato lo sentiamo ogni giorno. Canzoni che sembrano uscite dalla stessa fabbrica, strutture identiche, drop prevedibili, testi intercambiabili. Non perché i musicisti siano meno talentuosi di un tempo, ma perché il talento che non si adatta al formato viene filtrato prima ancora di arrivare alle nostre orecchie. L’algoritmo seleziona, la playlist amplifica, il loop si chiude. E chi non entra nel loop semplicemente non esiste.
La cosa che trovo quasi comica, in modo tragico, è che la stessa industria musicale adesso trema di fronte a Suno e agli altri generatori musicali basati su intelligenza artificiale. Improvvisamente tutti si accorgono che forse, forse, avrebbero dovuto valorizzare quello che rende un artista insostituibile invece di trattarlo come fornitore di contenuto fungibile. Hanno passato vent’anni a comprimere le royalty, a spingere verso l’omogenizzazione, a costruire sistemi dove la musica è commodity da ottimizzare. E adesso si stupiscono che qualcuno abbia costruito una macchina capace di produrre commodity musicale a costo zero?
L’ironia è perfetta. Hanno allenato il pubblico ad accettare musica generica, prevedibile, intercambiabile. Hanno costruito playlist dove un brano vale l’altro, dove l’identità dell’artista è irrilevante, dove conta solo che il suono riempia lo sfondo senza disturbare. E adesso quella stessa musica può essere generata da un’ai in trenta secondi, senza pagare nessuno. Cosa pensavano che sarebbe successo?
Non ho compassione per un’industria che ha scelto di uccidere ciò che la rendeva necessaria. Se hai passato decenni a convincere il mondo che la musica è solo intrattenimento di sottofondo, non puoi lamentarti quando qualcuno trova un modo più economico di produrre intrattenimento di sottofondo. Il valore dell’arte sta nella sua unicità, nella visione personale, nell’imperfezione umana. Tutto quello che hai sistematicamente eliminato in nome dell’ottimizzazione.
Quella sera nel club di Pescara, e poi tornando a casa dopo il concerto, ho capito qualcosa che allora non riuscivo ad articolare. La musica che avevo ascoltato non era ottimizzabile. Non entrava in nessuna playlist, non si adattava a nessun algoritmo, non generava pattern prevedibili. Era inefficiente, scomoda, impossibile da scalare. Ed era viva in un modo che nessun sistema basato sulla prevedibilità potrà mai replicare, né umano né artificiale.
Il cantautorato magari sopravviverà. L’arte magari sopravviverà. Ma non grazie all’industria dello streaming né all’industria musicale tutta. Sopravviverà nonostante essa, nei piccoli club, nelle produzioni indipendenti, nelle nicchie che gli algoritmi non riescono a vedere. E quando l’attuale modello di business crollerà sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, schiacciato da generatori di musica che fanno esattamente quello che il sistema ha sempre chiesto, forse qualcuno si ricorderà che c’era un’alternativa. Che si poteva scegliere di valorizzare l’arte invece di ottimizzarla.
E forse sarà troppo tardi.
