Una storia di Natale, di occhiali smart e di genitori smarriti
Quando un bambino si presenta a casa con un dispositivo di sorveglianza al posto del giocattolo
È il giorno di Natale e suona il campanello. Apro la porta e mi trovo davanti un parente con un bambino di meno di dieci anni che indossa un paio di occhiali Meta Ray-Ban. Il bambino sorride, salta da un piede all’altro con l’entusiasmo che solo i bambini riescono ad avere, e annuncia con voce squillante: “sto facendo le fotoooo!”. L’adulto accanto a lui non batte ciglio, anzi, sembra quasi fiero di questo gadget che il piccolo sfoggia come fosse un trofeo.
E io resto lì, sulla soglia, con un misto di incredulità e disagio che fatico a mascherare.
Non è facile spiegare cosa c’è che non va in questa scena senza sembrare quello che rovina la festa, il rompiscatole che vede problemi ovunque. Eppure qualcosa mi si annoda nello stomaco. Perché quel bambino sta entrando in casa mia con un dispositivo capace di registrare video, scattare foto, catturare audio, e nessuno, proprio nessuno, sembra trovarci nulla di strano. Nessuno si è fermato a chiedermi se fossi d’accordo. Nessuno si è posto il problema del consenso, della privacy, del fatto che quegli occhiali stanno potenzialmente immortalando tutto ciò che accade senza che io abbia voce in capitolo.
Ma forse il problema più grande non sono nemmeno gli occhiali in sé. È l’atteggiamento, questa leggerezza quasi ostentata con cui si consegna a un bambino uno strumento di sorveglianza trasformandolo in un gioco. È la normalizzazione di qualcosa che, se ci fermassimo un attimo a riflettere, ci farebbe rabbrividire. Perché non stiamo parlando di una Polaroid, di una macchinetta usa e getta, di qualcosa di innocuo e controllabile. Stiamo parlando di un dispositivo connesso, progettato da una delle più grandi aziende tecnologiche del pianeta, che raccoglie dati in modi che la maggior parte delle persone non comprende minimamente.
E qui si apre un abisso.
Perché quel genitore che ha regalato quegli occhiali al bambino probabilmente non ha la minima idea di cosa stia facendo. Non per cattiveria, non per menefreghismo, ma per una forma di analfabetismo digitale che (almeno in questo paese) riguarda più della metà della popolazione. Sono persone che usano WhatsApp senza sapere cosa sia la crittografia end-to-end, che pubblicano foto dei nipoti sui social senza pensarci due volte, che cliccano su “accetta tutti i cookie” perché quella finestra è fastidiosa e vogliono solo farla sparire. Non sono stupidi, sia chiaro. Sono semplicemente persone che la tecnologia l’hanno subita, non l’hanno mai davvero capita, e che nessuno ha mai aiutato a orientarsi in questo mondo che cambia in fretta.
Il divario generazionale nel digitale è qualcosa che mi colpisce sempre di più. I miei genitori e quelli della mia età hanno vissuto una transizione epocale: siamo tutti passati dal telefono a rotella allo smartphone in meno di trent’anni, dal televideo a internet, dalla lettera spedita per posta all’email e poi ai messaggi istantanei. Alcuni di noi hanno fatto lo sforzo di capire, di adattarsi, di imparare. Ma molti altri sono rimasti indietro, travolti da un’onda che non hanno mai davvero imparato a cavalcare. E questi sono i genitori che oggi mettono nelle mani dei bambini dispositivi di cui non comprendono le implicazioni.
Vedo tanti figli di amici passare svariate ore al giorno online senza alcun tipo di supervisione o limite. Tanti non hanno regole sull’uso dei social media. E non è solo una questione di tempo passato davanti a uno schermo, che già di per sé sarebbe preoccupante. È la totale assenza di accompagnamento, di guida, di educazione. È il fatto che molti adulti hanno semplicemente abdicato al loro ruolo, non perché non gliene importi, ma perché non sanno come fare. Come puoi insegnare qualcosa che non conosci? Come puoi dare regole su strumenti che non capisci?
Ecco, di fronte a tutto questo, mi trovo in una posizione scomoda. Perché una parte di me, quella più libertaria, quella che ha sempre creduto nella responsabilità individuale, nella libertà di scelta, nel fatto che le persone dovrebbero essere lasciate libere di fare i propri errori e imparare da essi, quella parte di me si ribella all’idea che qualcun altro debba intervenire. E tuttavia, un’altra parte di me, quella che ha visto quel bambino con gli occhiali smart entrare in casa mia come se niente fosse, inizia a capire perché alcuni legislatori europei hanno adottato un approccio così paternalistico.
Quasi lo capisco, questo paternalismo. Quasi.
Il Digital Services Act, il Digital Markets Act, le normative europee sulla privacy dei minori, le proposte di legge per limitare l’accesso dei bambini ai social, le discussioni sulla verifica dell’età online: tutto questo nasce da una constatazione amara, e cioè che se i genitori non sono in grado di educare, se la responsabilità individuale sembra essersi dissolta nel nulla, allora forse è necessario che qualcun altro metta dei paletti. Lo Stato, le istituzioni, le scuole. Qualcuno che faccia quello che molti adulti non stanno facendo.
Ma il paternalismo porta con sé dei rischi che non posso ignorare. Quando lo Stato decide cosa è appropriato e cosa non lo è, quando impone sistemi di controllo, quando pretende di sapere meglio dei cittadini cosa sia giusto per loro, si apre la porta a derive che mi spaventano. Lo vediamo già in certi paesi, dove la protezione dei minori diventa pretesto per la censura, dove il controllo parentale si trasforma in sorveglianza di massa, dove le buone intenzioni lastricano la strada verso una società sempre meno libera. Il paradosso è evidente: nel tentativo di proteggerci dalla sorveglianza delle big tech, rischiamo di consegnarci a forme di controllo statale ancora più capillari.
E quindi? Cosa facciamo?
Forse il nodo da sciogliere è proprio questo: il rapporto tra responsabilità individuale e responsabilità collettiva. Da un lato, credo fermamente che ogni genitore dovrebbe essere responsabile delle proprie scelte educative. Dovrebbe informarsi, capire cosa sta mettendo nelle mani dei propri figli, porre limiti, spiegare, accompagnare. Dall’altro, non posso ignorare che viviamo in una società profondamente disuguale, dove le differenze culturali, economiche, educative rendono impossibile per molti accedere a quella consapevolezza che darei per scontata. È facile dire “i genitori dovrebbero educare” quando hai gli strumenti per farlo. Ma che succede quando quegli strumenti mancano?
La responsabilità individuale non può esistere nel vuoto. Ha bisogno di un contesto che la renda possibile. Ha bisogno di educazione digitale nelle scuole, non come optional ma come materia fondamentale quanto la matematica o l’italiano. Ha bisogno di formazione per i genitori, di sportelli informativi, di campagne di sensibilizzazione che vadano oltre gli slogan. Ha bisogno che le aziende tecnologiche si assumano le proprie responsabilità invece di nascondersi dietro linee guida che nessuno legge e termini di servizio scritti in legalese incomprensibile.
Meta, per dire, ha pubblicato delle linee guida sull’uso etico dei suoi occhiali smart. Suggerisce di non usarli per registrare persone senza consenso, di rispettare la privacy altrui, di essere trasparenti sul fatto che si sta registrando. Bellissimo. Ma quante persone hanno letto quelle linee guida? Quanti genitori che hanno regalato quegli occhiali a un figlio sanno che esistono? E soprattutto: perché dovrebbe toccare all’utente informarsi, invece che al produttore progettare dispositivi che rendano più difficile l’uso improprio?
Quando vedo quel bambino con gli occhiali smart che “fa le fotoooo” a casa mia, provo una miscela di sentimenti difficile da descrivere. C’è irritazione, certo, verso adulti che non si interrogano, che non si informano, che delegano a uno strumento tecnologico il compito di intrattenere i loro figli senza chiedersi quali conseguenze questo possa avere. C’è una certa sfiducia verso la capacità della nostra società di autoregolarsi, di trovare un equilibrio senza che qualcuno debba imporlo dall’alto. E c’è, confesso, una tentazione di rassegnazione: se questi sono i genitori, se questo è il livello di consapevolezza medio, forse davvero è bene che qualcun altro intervenga.
Ma non voglio arrendermi alla rassegnazione, perché il paternalismo non può essere una soluzione a lungo termine. Non possiamo costruire una società digitale sana se ci affidiamo solo alle regole imposte dall’alto. Non funziona così. Le regole vengono aggirate, i divieti generano trasgressione, e soprattutto: le leggi non possono sostituire la cultura. Quello di cui abbiamo bisogno è un cambiamento più profondo, che parte dall’educazione e arriva fino al modo in cui concepiamo il nostro rapporto con la tecnologia.
L’educazione digitale deve diventare un diritto. Non un corso opzionale, non un’ora a settimana se avanza tempo, non una slide mostrata in fretta durante un’assemblea di istituto. Deve essere parte integrante della formazione di ogni cittadino, fin dalla scuola primaria. E non deve riguardare solo i bambini: deve coinvolgere anche gli adulti, quei genitori che oggi si trovano a gestire dispositivi che non capiscono e a prendere decisioni di cui non comprendono le conseguenze. Servono programmi di formazione, risorse accessibili, supporto concreto. Non proclami e buone intenzioni.
Ma c’è qualcosa di ancora più fondamentale, credo. C’è la necessità di ripensare il nostro rapporto con la tecnologia. Perché il problema di fondo non sono gli occhiali Meta, non sono gli smartphone, non sono i social network. Il problema è che abbiamo creato una società in cui la tecnologia avanza più velocemente della nostra capacità di comprenderla, metabolizzarla, governarla. Siamo tutti, in qualche misura, in ritardo rispetto agli strumenti che usiamo. E le disuguaglianze educative si traducono in disuguaglianze digitali sempre più profonde, creando una frattura tra chi sa navigare questo mondo e chi viene travolto.
Penso spesso a cosa significhi crescere oggi, circondati da dispositivi che registrano, analizzano, profilano. Penso a quei bambini che imparano fin da piccoli che è normale essere ripresi, che la privacy è un concetto vago e negoziabile, che tutto può e deve essere condiviso. Mi chiedo quale idea del mondo stiano sviluppando, quale rapporto con la propria intimità, con i propri confini, con il rispetto degli altri. Mi chiedo se stiamo crescendo una generazione che non saprà nemmeno più cosa significhi avere uno spazio privato, un momento non documentato, un ricordo che esiste solo nella memoria e non in qualche server dall’altra parte del mondo.
E mi chiedo, alla fine, perché abbiamo lasciato che si arrivasse a questo punto. Perché abbiamo permesso che la sorveglianza diventasse normale, che il rispetto della privacy diventasse un optional, che l’educazione digitale rimanesse una chimera. Perché non abbiamo investito di più, non abbiamo preteso di più, non abbiamo fatto di più quando ancora era tempo.
Forse è ancora tempo. Forse possiamo ancora invertire la rotta. Ma richiede uno sforzo collettivo, un patto educativo che coinvolga famiglie, scuole, istituzioni e sì, anche le aziende tecnologiche. Richiede che smettiamo di considerare l’alfabetizzazione digitale come un lusso e iniziamo a trattarla come una necessità. Richiede che ognuno di noi, nel suo piccolo, faccia la propria parte: informandosi, interrogandosi, non dando nulla per scontato.
Quel bambino con gli occhiali smart non ha colpe. Sta giocando, sta esplorando, sta facendo quello che fanno tutti i bambini: provare cose nuove con entusiasmo e senza inibizioni. La responsabilità è degli adulti che gli hanno messo in mano quel dispositivo senza pensarci, senza spiegargli cosa significa, senza porgli alcun limite. E la responsabilità, in senso più ampio, è di una società che non ha fatto abbastanza per preparare quei genitori, per dargli gli strumenti di cui avevano bisogno.
Ho chiesto di togliere quegli occhiali. L’ho fatto con fermezza, forse più fermezza di quanta ne avrei voluta usare il giorno di Natale. In casa c’erano altri bambini, figli di amici che hanno scelto consapevolmente di non pubblicare mai le loro foto online, di proteggerli da un’esposizione che non hanno chiesto e di cui non possono comprendere le conseguenze. Non potevo permettere che quella scelta venisse vanificata da un gadget nelle mani di un ragazzino inconsapevole.
Non so se sono stato capito. Non so se chi mi stava di fronte ha colto davvero il senso di quella richiesta o se mi ha semplicemente catalogato come il solito paranoico, quello che esagera sempre, che vede problemi dove non ce ne sono. Ma in quel momento non mi importava. Perché c’è un limite oltre il quale la cortesia deve cedere il passo al rispetto, e quel limite era stato superato nel momento stesso in cui quegli occhiali avevano varcato la mia soglia.
Resto con tante domande e poche certezze. Ma una cosa l’ho capita: se non iniziamo a porre limiti, a stabilire confini, a pretendere rispetto per la nostra privacy e quella degli altri, nessuno lo farà al posto nostro. E a volte questo significa essere disposti a sembrare scomodi, fuori posto, eccessivi. Significa accettare che qualcuno non capirà, che qualcuno si offenderà, che qualcuno penserà che stiamo esagerando. Ma significa anche proteggere qualcosa che, una volta perso, non si recupera più.

